Comune di Camo - Provincia di Cuneo - Piemonte

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GUIDA TURISTICA

Un pò di storia

Volendo raccontare di questo paesino, ci si deve per forza affidare all'esperienza personale e ai racconti di chi a Camo ci ha vissuto e ci vive per sua scelta o forse per caso… Fortunatamente già il professor Donato Bosca nell'ormai lontano 1985 tentò una ricostruzione storica e una descrizione sociale e politica di quello che definì "il paese meteorite". Questa definizione è dovuta alla scarsezza di notizie storiche su Camo che sembra quasi "un corpo estraneo alla Langa, depositato sulle nostre colline per virtù di sortilegi o strane alchimie celesti, senza passato, senza memoria" (Bosca: 1985). In realtà, andando a spulciare in archivi polverosi e attingendo a fonti che vanno dai bollettini parrocchiali alle testimonianze dirette, Donato Bosca, pur affermando che "di Camo sembrano essersi dimenticati tutti o quasi gli storici che hanno rivolto la loro attenzione alle vicende storiche delle Langhe e del Monferrato" riesce a raccontarci qualcosa di più del nostro piccolo e amato paese.


La storia
Prendendo come punto di riferimento gli studi effettuati da Donato Bosca in occasione della pubblicazione del libro "Camo Paese D.O.C." del 1985, cerchiamo ora di ripercorrere quella che è la storia di Camo. Operazione non di facile realizzazione data la difficoltà nel reperire documenti originali che testimonino la vita di questo piccolo comune nel passato o anche testi di storici che trattino di Camo.
La scarsezza di notizie storiche sul nostro paese è dovuta ad una concatenazione di eventi: incendi, incuria, furti, smarrimenti e per ultimo il trasferimento delle carte riguardanti il paese da S. Stefano Belbo a Camo.
In epoca fascista infatti S. Stefano Belbo, in quanto comune capoluogo, aveva assorbito l'autonomia amministrativa di molti piccoli comuni limitrofi. Dopo la seconda guerra mondiale questa documentazione tornò a Camo, ma non si può certo escludere che qualcosa non sia andato perduto. (Bosca: 1985).
Le notizie in nostro possesso seppur scarse e frammentarie, anzi, proprio perché scarse e frammentarie sono molto preziose e ci permettono di ricostruire, anche se non dettagliatamente, alcuni periodi della storia di Camo.
Stando al libro curato da Donato Bosca, la notizia più antica risale al 1001:

"Possesso di Olderico Manfredi cui fu concesso da Ottone III nel 1001, appartenne successivamente ad Asti e poi ai Marchesi del Monferrato" (Bosca: 1985)

I Marchesi del Monferrato ebbero piena giurisdizione sul paese dal 1324 al 1631.
Nel 1446, come afferma Don Pio Giovanni Battista nel suo libro "Mango, vicende storiche di un comune del Monferrato" (1928), il castello che sorgeva nel paese di Camo era fra le ragioni signorili che Belligerio di Busca affittava ad Elisabetta, figlia di Pietro del Carretto. Questo a dimostrare come su Camo vantassero pretese anche i del Carretto, una delle famiglie feudali di maggior peso politico nelle Langhe.
Nella seconda metà del XVIII secolo Camo venne conquistato dagli Spagnoli, che, dopo aver affrontato una guerra con i francesi, si aggiudicarono il diritto di governare sulle Langhe e di imporre nuove tasse agli abitanti. Di questa vicenda conosciamo alcuni episodi. Il primo è riportato da Don Pio Giovanni Battista e riguarda l'arresto da parte dei soldati francesi di un certo Bernardo Barbero, colpevole di non aver voluto, o potuto, pagare le tasse imposte dall'esercito invasore.
Nel 1558, anno in cui approssimativamente terminò la guerra, Camo venne incendiato dagli Spagnoli, che attraverso questo metodo erano soliti ridurre all'impotenza le popolazioni assoggettate che tentavano di ribellarsi. Sempre riguardo a questo argomento troviamo un episodio riportato in un memoriale della comunità conservato all'Archivio di Stato di Torino (mazzo 10 sotto la voce "Monferrato Feudi").
Questo memoriale, datato 1575, è la richiesta da parte degli abitanti di Camo di poter riconoscere come legittima la copia degli Statuti medioevali conservata dal maestro Pietro Paulo da Morano. L'originale di tali Statuti era infatti andato perduto a causa dell'incendio provocato dagli Spagnoli qualche anno prima.
Gli anni successivi furono caratterizzati da un altro contrasto: quello tra Carlo Emanuele di Savoia e i Marchesi del Monferrato per il dominio sul ducato di Monferrato. Nel 1613 "il fellone Giulio Balziano, preposto al governo del Castello di Vesime, passato dalla parte dei Savoia (tradendo quindi i Marchesi di Monferrato) e sceso con un manipolo di soldati nelle valli del Belbo e del Tinella, s'impadronì di Rocchetta, Cossano, S. Stefano, Camo, Mango e Castion Tinella". (Pio: 1928).
Questi comuni passarono dunque sotto il dominio dei Savoia, che però lo mantennero per poco. Il 18 giugno dello stesso anno infatti Carlo Emanuele, sotto le pressioni dell'imperatore, di Spagna, di Francia e del papa, fu costretto a firmare la Convenzione di Milano, con la quale restituì tutte le terre occupate senza trarre alcun vantaggio. Egli però non voleva piegarsi a questa imposizione: ricominciò così la guerra di successione del Monferrato che vedeva da un lato i Savoia, aiutati da Francesi e Svizzeri, e dall'altro i Marchesi del Monferrato spalleggiati da Spagnoli e Alemanni. Seguirono momenti di alterne vicende per gli uni e per gli altri. Alla fine, il trattato di Madrid del 6 settembre pose fine alle guerre stabilendo la restituzione reciproca delle terre occupate e il riconoscimento del ducato del Monferrato al duca di Mantova.
In particolare, le restituzioni dei feudi monferrini dovevano cominciare il 5 aprile 1618. Due giorni più tardi ritornarono al duca di Mantova molti paesi dell'albese tra cui Camo. Tutto questo però non portò alla pace, tant'è che nella primavera del 1625 scoppiò una guerra tra il duca di Savoia e la Francia contro Genova, alleata della Spagna. Mango, nonostante la neutralità del duca di Monferrato, fu calpestato da questi avvenimenti e, sentitosi minacciato, organizzò la sua difesa.
Nel 1626 Camo, Cossano, Castiglion Tinella e Santo Stefano fornirono squadre di armati a Mango rafforzando così la milizia territoriale impegnata a difendersi dai soldati francesi, savoiardi e spagnoli che volevano conquistare il paese. Questo episodio però non portò al successo sperato.
Due anni più tardi infatti i Savoia occuparono le terre del ducato di Monferrato. I paesi che appartenevano al ducato di Monferrato passarono al dominio Savoia ed entrarono a far parte di quello che sarebbe divenuto il Regno di Sardegna.

A sancire il passaggio di Camo e di molti altri paesi (Alba, Diano, Roddi, Verduno, Grinzane, Perno, Gottasecca, Barolo, Barbaresco, Bosia, Somano, Cigliero, Rocca di Cigliero e Camerana) dal Monferrato a Casa Savoia fu il trattato di Cherasco del 6 aprile 1631. Altri paesi tra cui Mango, Rocchetta, Cossano, S. Stefano Belbo e Castiglion Tinella continuarono invece a far parte del Monferrato e furono aggregati ad Acqui.
In seguito a questo trattato, dunque, il territorio appariva frazionato secondo interessi dinastici ed espansionistici, senza tener in alcun conto le tradizioni locali e i rapporti di vicinanza tra i vari paesi…
In seguito all'aggregazione a Casa Savoia, a Camo scoppiò un'epidemia di peste (quella raccontata da Alessandro Manzoni ne "I promessi sposi").
Nel 1633 Camo fu dato in feudo ai Gambarana e successivamente ai Beccaria-Incisa.
Camo non viene più menzionato nel libro di Don Pio fino ad un episodio risalente al 1728, anno in cui venne meno l'immunità da taglie dei beni ecclesiastici, che fino ad allora era stata consuetudine. Tra i sacerdoti assoggettati alle taglie c'era anche un certo Giovanni Lorenzo Burello, residente a Camo. (1)
Il 12 dicembre 1777 un benefattore originario di Mango, Giovanni Lorenzo Burelli, fondò a Camo il priorato della Madonna del Rosario. Al priorato apparteneva una casa civile ammobiliata e un podere di vaste dimensioni, il cui usufrutto imponeva però degli obblighi che ritroviamo nell'opera di Don Pio:

"… 1° celebrazione e applicazione della messa secondo la sua intenzione tutte le domeniche e festa del patrocinio della Madonna nella parrocchiale di Camo dopo un'ora dalla levata del sole, recitando a voce chiara e alternativa col popolo un suo atto di adorazione e di pentimento: 2° celebrazione dei divini uffizi nella parrocchia di Camo nelle seconde feste di Natale, Pasqua e Pentecoste, nel giorno di S. Margarita e nella seconda e quarta domenica d'ogni mese in cui il parroco era tenuto ad ufficiare la chiesa comparrocchiale di Valdivilla, o quando questi era impedito da malattia: 3° insegnare l'abbicci e il catechismo ai ragazzi, non stipendiando il comune maestro di scuola: 4° alloggiare il vescovo in visita pastorale e comodare in questa circostanza gli utensili di tavola e di cucina". (Pio: 1928)

Il godimento del priorato fu riservato dal benefattore a sé e ai discendenti di un suo nipote. Estinguendosi gli eredi legittimi, il priorato sarebbe passato a un sacerdote confessore parente della famiglia Burelli oppure al sacerdote di Mango più anziano nel servizio.
Giovanni Lorenzo Burelli morì a Mango nel 1793 e fu seppellito nella chiesa di Camo. L'ultimo sacerdote ad aver goduto di questo beneficio fu Don Alessandro Bosca (1900 – 1987), missionario in Africa e appassionato di fotografia, che trascorse a Camo, in francescano ritiro, gli ultimi anni della sua vita (Bosca: 1985).
Intanto le incertezze politiche derivate dalla rivoluzione francese, che ebbe una qualche eco anche dalle nostre parti, avevano causato episodi di brigantaggio, che, come dice Bosca, "sfogava semplicemente i malumori popolari contro gli eserciti invasori, francesi, austro-russi o savoiardi che fossero". Tali episodi erano localizzati nel borgo di Vaglio, sotto Camo e si verificarono soprattutto nel maggio del 1797.
In risposta a questo fenomeno, squadre di armati si mossero da Cossano, S. Stefano, Camo e Mango tentando di riportare l'ordine, accerchiarono la località, catturarono i banditi e recuperarono la refurtiva.
Per quanto riguarda la ricostruzione storica e sociologica del XIX secolo, il professor Bosca cita il Casalis, che compilò nel 1836 il Dizionario Geografico Storico Statistico Commerciale degli Stati di S.M. il Re di Sardegna.
In quest'opera Camo viene trattato, ma, ancora una volta, le notizie fornite sono alquanto scarse. Tuttavia possiamo evincere che agli inizi dell'800 Camo contava circa 200 abitanti ed era compreso nel mandamento di S. Stefano Belbo.
Faceva parte della provincia e della diocesi di Alba nella divisione di Cuneo. Dipendeva dal Senato piemontese, era sottoposto all'intendenza prefettizia di Alba, mentre per il servizio postale doveva ricorrere a Canelli.
Ecco come lo descrive il Casalis:

"È discosto un miglio da Santo Stefano Belbo e sette da Alba. Siede sopra un alto monte; le vie per salirvi sono carreggiabili. Tre comunali strade di qua si dipartono: una, da levante, conduce a S. Stefano Belbo, un'altra a mezzodì, tende a Cossano, la terza, da ponente, scorre a Mango, e al capoluogo della provincia".

Stando a quanto scrive il Casalis le caratteristiche principali di Camo del XIX secolo sono quelle di avere selve folte di castagni, roveri e pini tutt'attorno e di possedere cave di pietra usata per i pavimenti e per i balconi. Altro vanto era l'arenaria, più calcarea che selciosa, di color bigio molto oscuro (op. cit. in Bosca:1985)

Il 1901 vide il piccolo comune di Camo estendersi. In quell'anno infatti fu accorpata la frazione di Dornere, già appartenente alla parrocchia di Camo.
Nel 1928 l'amministrazione del Comune passò a S. Stefano Belbo, che ne avrebbe mantenuto la giurisdizione sino al 1947.

Come accennato nei precedenti paragrafi, Donato Bosca utilizza quale fonte della storia recente di Camo, i bollettini parrocchiali. Questi rappresentano una fonte storica sicuramente particolare, in quanto sono l'espressione del pensiero del sacerdote che li ha scritti, e quindi con tutti i pro e i contro del caso… Sono però una testimonianza importante, in quanto, attraverso essi è possibile ricostruire gli avvenimenti che hanno maggiormente caratterizzato il nostro paese in quegli anni.
In più, come afferma lo stesso Bosca "rileggere i bollettini parrocchiali vuol dire ritornare ad ambientarsi per un momento in una cornice sociale e culturale che nel frattempo è mutata, ritrovare emozioni, interpretare in maniera diversa fatti e opinioni che in qualche misura hanno plasmato la nostra esistenza" (Bosca: 1985)
L'analisi effettuata da Bosca riguarda i bollettini stampati tra il 1956 e il 1965 e dipinge da un lato le attività sociali organizzate dalla parrocchia, dall'altro gli avvenimenti e i problemi socio-politici della comunità.
Tra le attività ricreative e religiose, il bollettino del gennaio 1956 riporta la festa a Dornere, la scuola di canto e cultura religiosa, gite catechistiche organizzate dal parroco di allora, Don Michele Messa, la compagnia delle umiliate, le figlie di Maria ecc… I bollettini del 1956 aggiornano i parrocchiani sul progresso nella costruzione della nuova chiesa parrocchiale e sul denaro necessario per i lavori, raccontano della festa patronale di agosto, con l'allestimento del banco di beneficenza. I bollettini però racchiudono anche la testimonianza, e i commenti del parroco, dei cambiamenti vissuti dalla società. Trattano argomenti quali elezioni, abbandono delle campagne, crisi demografica…
In un bollettino del 1958 Don Messa esprime tutta la sua preoccupazione per la crisi demografica di quell'anno che aveva visto due sole nascite e fa un paragone con i primi del '900: nel 1909 erano nati ben 35 bambini, mentre negli anni tra il 1879 e il 1911 la popolazione era di circa 500 abitanti! La crisi demografica sembra inarrestabile: i 367 abitanti del 1951 divennero 328 nel 1956. Si passa poi ai 302 del 1961 e infine ai 276 del 1964.

(1) A quest'epoca risale il Registro della Comunità di Camoli dove sono descritti et alibratti tutti li particolari posidenti beni tenutti et al pagamento de carighi (7 febbraio 1720) dell'agrimensore Giovanni Antonio Scavino. Questo documento è interessante perché mostra quali fossero le modalità di tassazione all'epoca vigenti: con una giornata di terra o cento tavole, ad esempio, si pagava un soldo di registro; con otto tavole e quattro piedi un denaro di registro (il soldo valeva dodici denari).




 
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